Come nella cucina anche in pasticceria pochi conoscono quanto è accaduto nel secolo scorso. Chi ha avuto, come me, la pazienza di raccogliere testimonianze su libri del passato oggi può raccontare questo importante momento storico e colmare un vuoto: come spesso accade, infatti, sembra che tutto ciò di antecedente all’era di internet non sia mai esistito.

Provate a cercare su Google notizie sui più grandi chef: i risultati vi condurranno categoricamente agli chef popolari della tv. Se invece digitate “chef pasticcere” verrete indirizzati verso un unico personaggio. Ma i grandi pasticceri che vanno dagli primi del ‘900 fino agli anni ’80 del secolo scorso che fine hanno fatto?

Nei locali storici sono nate la gran parte delle specialità che ancora oggi apprezziamo. Penso al panettone di Motta Angelo, al giandujot di Pietro Ferrero, al Mottarello (cremino), uno dei primi gelati con lo stecco. Penso alla barbagliata (la cioccolata calda con la panna), ai Sorrisi, ai Baci di Dama preparati dal pasticcere Marelli di Alessandria, ai Divino Amori, ai Sospiri, ai Cuneesi al rhum, agli Albesini, agli Amaretti di Saronno che la famiglia Lazzaroni preparava due secoli prima che nascesse il prodotto industriale; mi vengono i mente gli Alpini di Pejrano, i Baci di Alassio di Valentino Barzola, il Frustingolo di Ascoli Piceno e l’elenco potrebbe continuare.

In questa meravigliosa epoca non c’era provincia che rinunciasse a legare il suo nome ad un dolce, una storia che ha attraversato mode e decenni sfiorando quasi i nostri giorni con l’invenzione nel 1965 a Tolmezzo, nel ristorante Roma, del tiramisù, tra i dessert più famosi e consumati al mondo.

Lascia l’amaro in bocca sapere che alcune di queste gloriose insegne hanno dovuto chiudere e al loro posto sono subentrati orribili fast food.

Mi auguro che prima o poi questa tendenza subisca un’inversione, che le strade e le piazze delle nostre città tornino ad essere illuminate e ingentilite dalle vetrine delle pasticcerie.