I compagni di brigata non sono colleghi qualunque, in cucina si passano ore insieme, si condividono momenti di fatica e di tra i fornelli nascono, spesso, legami indissolubili, alimentati da una complicità difficile da spiegare a chi non l’ha vissuta sulla pelle. Ci ha provato lo chef Paul Sorgule stilando una lista di 13 motivi sul perché l’amicizia tra chef sia speciale (qui il suo intervento in inglese).

1. QUESTIONE DI SOPRAVVIVENZA
Lavorare in una impegnatissima, caoticissima e affollatissima cucina viene spesso paragonato a una guerra: le condizioni sono estreme, la pressione intensa e le aspettative alte. Chi la accetta come routine quotidiana deve necessariamente fare affidamento ad altre persone per sopravvivere. No man is an island…

2. UN’AMICIZIA “ARTIGIANA”
I cuochi rientrano nella categoria degli artigiani, di quelli che sono capaci di “far accadere” cose, di creare e di sviluppare abilità manuali. Rispettano l’uno le abilità dell’altro (specie quando sono in un campo diverso dal proprio, ovviamente) e su questa ammirazione costruiscono solide amicizie.

3. CUCINARE È UN’ARTE?
Per noi sicuramente sì. Ricordate gli impressionisti? E i futuristi? Spesso vediamo chef – di età, filosofia, approccio alla cucina simili – fare gruppo e trarre ispirazione l’uno dall’altro. Altrimenti a chi potrebbero mostrare le fotografie di cibo sul proprio iPhone?

4. BISOGNO DI FARE SQUADRA
Il lavoro di squadra è parte fondamentale di ogni cucina, con tutte le dinamiche che si porta dietro: porsi obbiettivi comuni, darsi aiuto reciproco, imparare delle forze altrui e dalle proprie debolezze (e viceversa), collaborare in ogni situazione – anche le più difficili.

5. CHI ALTRO POTREBBE CAPIRTI?
I cuochi ammirano gli altri cuochi e ne apprezzano l’operato, proprio perché sanno quanto il lavoro in cucina sia duro. Hanno sentito il dolore ai piedi dopo lunghe ore di lavoro, conoscono il calore delle fiamme, le cicatrici dei coltelli, lo stress dei turni.

6. ACCETTARE. SENZA PREGIUDIZI
Dopo i primi giorni di bonario nonnismo, ai cuochi non interessa chi sei, cosa fai, da dove vieni, fintanto che possono fidarsi di te e del tuo impegno. L’amicizia tra chef è una cosa che semplicemente accade, senza bisogno di forzarla o costruirla a tavolino.

7. DISCIPLINA MILITARE
Anche se ogni tanto sembrano fuori controllo e decisamente sopra le righe, gli chef di successo sono veri e propri maniaci della disciplina. Un atteggiamento che da fuori sembra difficile da capire, ma che agli altri chef risulta semplice da accettare, perfino nell’attenzione ossessiva al dettaglio.

8. LIBERI DI ESPRIMERSI

Sembra una contraddizione, ma disciplina e libertà possono coesistere in cucina. Ogni chef ha, a qualche livello, la capacità di contribuire alla creazione qualcosa di nuovo. Ci vuole tempo perché le proprie idee vengano accettate nel gruppo, ma poi si entra a far parte di uno specialissimo gruppo di individui.

9. CHIUNQUE PUÒ ESSERE UN LEADER
A prescindere dalla gerarchia, un leader serve sempre in cucina, specialmente nei momenti difficili, quando sembra che non ci sia una luce in fondo al tunnel. Gli altri membri della brigata sanno accettarlo, ascoltando i suoi consigli e sapendo che la volta dopo potrebbe toccare a loro.

10. IT’S A LONG WAY TO THE TOP…
Non tutti diventeranno super chef, ma è importante sapere che la possibilità esiste e ricordarselo a vicenda, supportandosi nei momenti più difficili. Con impegno, passione, duro lavoro, pazienza, determinazione.

11. SINCERI PRIMA DI TUTTO

Lavorare in una brigata rende molto trasparenti e diretti: un amico in cucina sarà lì per supportarti – e supportarti – ma non ti nasconderà quando hai sbagliato.

12. COPRIRSI LE SPALLE

C’è regola non scritta nelle cucine: nessuno va lasciato solo. Quando un membro del team sta affrontando delle sfide, gli altri si faranno avanti per assistere. Dopotutto, è quello che fanno gli amici.

13. DARE IL MEGLIO

I cuochi sono molto competitivi ma non in modo antagonistico. Quando un cuoco riconosce nell’altro una particolare abilità è incentivato a seguirne l’esempio, contribuendo al processo di auto-miglioramento.